L’intruso (breve racconto... horror)

Aprile 23, 2022

L’orologio a pendolo segnava le 4.37 e, come ormai ogni mattina da un mese, ero sveglia. Alla stessa ora ogni giorno. Occhi spalancati e labbra secche. Il solito bicchiere d’acqua sulla scrivania accanto al divano che aveva sostituito il letto. Lì non riuscivo a riposare più. All’inizio credevo che l’insonnia fosse dovuta al cambiamento, alla nuova residenza, alle nuove abitudini, insomma a tutto ciò che era diverso.

La casa era arredata come avevo voluto, ogni dettaglio scelto con cura, eppure c’era qualcosa che sembrava fuori posto. Io. Ero io fuori posto. Lo ero da un mese, da quando la veglia aveva sostituito il sonno, ma non la stanchezza. Tutto era iniziato con quegli insoliti rumori, quei suoni sottili, acuti, persistenti e quella sorta di ticchettio che, di notte, nelle ore più silenziose, erano la mia unica compagnia. Non capivo la provenienza, cercavo invano di seguire il suono, mi muovevo tra le stanze, i corridoi, lentamente come un gatto. In punta di piedi in casa mia. Sempre. Snervante. Si, lo era e meno dormivo, più i nervi ballavano al ritmo di quel rumore come se indossassero le scarpette rosse di Andersen. 

Attendevo che la mattina si affacciasse alla mia finestra e, appena la luce filtrava, iniziavo a cercare in giro qualcosa che spiegasse quei rumori. Non c’erano vicini, non era una vecchia casa scricchiolante, avevo disinserito ogni suoneria, ogni sveglia e, persino il cucù dell’orologio. Nessun altro suono se non quello che mi teneva desta.

Come un film già visto, la mia resa mattutina era preceduta solo dalla consapevolezza di dover uscire per andare in ufficio, così facevo borbottare la macchinetta del caffè sui fornelli. Il profumo ammaliava la cucina, la rendeva più morbida, più... familiare. L’insaporiva di casa. Era tutto talmente silenzioso che riuscivo ad avvertire con chiarezza il suono di ogni goccia di caffè che, come un fiume nero, scivolava nella tazzina e adagiava sul fondo i suoi granuli. Una volta, una giostraia mi aveva detto che i miei fondi del caffè presagivano un incontro insolito che avrebbe cambiato la mia vita. Chissà perché i fondi del caffè prevedono sempre qualche incontro!

Le ore del giorno trascorrevano con un pensiero fisso. Uno solo. Quel rumore. Lo avrei sentito ancora rientrata a casa e ne avrei ancora, e ancora, cercato la fonte. La scena si ripeteva, chiavi nella serratura della porta, borsa lanciata sul divano che poi seguivo con la stessa foga. In quei momenti ero davvero immersa nel silenzio e amavo restare nella penombra a riposare fino a quando, di nuovo quel suono mi sorprendeva a sonnecchiare.

E, allora iniziavo le mie ricerche, la mia ultima ricerca. Di quell’ultima “caccia” ricordo ogni momento. Seduta sul divano, abbracciata ad un cuscino rosso amaranto, osservavo il vuoto focalizzandomi solo sul suono diventato più persistente, ma non solo.  In quella occasione, si accompagnava ad altri rumori nella casa. Porte che si aprivano di pochi centimetri, tonfi sul parquet e... passi. Si, quelli erano proprio passi.  

Non era più un fastidio il mio. Era ansia, agitazione, paura. Non riuscivo a sollevarmi dal divano. I suoni sembravano avvicinarsi. E ad avvicinarsi erano anche i passi. Veloci, frequenti, frettolosi come in cerca di qualcosa. Il nervosismo era nell’aria, in quella che respiravo io e che respirava qualcun altro nella mia stessa casa, nel mio stesso momento. Non avevo la forza di abbandonare il mio posto, di correre verso l’uscita, di gridare.

La voce era soffocata e mi sembrava che la saliva che deglutivo fosse gelatinosa, mi serrava la bocca. Il sudore non era quello che ti imperla la fronte nei romanzi d’appendice e asciughi con un fazzoletto ricamato. No. Era sudore vero, quello che senti lungo la schiena, che ti incolla i capelli al viso e ti fa scivolare gli occhiali sul naso. È il sudore che genera la paralisi da paura. Paura e divano. Un binomio inscindibile in quei lunghi momenti. Il tempo era dilatato. So che non è possibile, ma lo era. I secondi, i minuti, duravano di più, molto di più. Lo spazio si era contratto. Ora c’era solo il divano e un tempo interminabile.

Nel mezzo, quei rumori, quel qualcuno. I passi erano talmente vicini che sapevo avrei avuto compagnia molto presto. Rumore di camminata veloce, poi un urto e, infine... infine era lì davanti a me e mi guardava negli occhi. All’improvviso avvertì la consapevolezza di aver condiviso la mia casa con quell’essere per ben un mese, pensando a tutti i miei attimi privati a cui aveva potuto assistere indisturbato. Era fermo. Continuava a fissarmi con i suoi occhi rossi, decisi, sicuri, persino spavaldi.

Mi sembrava di essere in un film horror con musica incalzante come colonna sonora. M’immaginavo dall’esterno e mi vedevo ancora lì, su quel divano a cui ero incollata. Lui si avvicinava senza mai distogliere lo sguardo da me, dal mio terrore, dal mio sudore. Lo odorava nell’aria, lo seguiva, forse gli piaceva, ne era attratto.

Ci separavano una manciata di centimetri. Sentivo che stava godendo di quel momento osservando il mio tremolio, unico moto del corpo inerme, e pesando ogni passo verso di me come se volesse rallentare ancora di più il tempo. Eravamo soli, lui ed io. Tra noi c’era sempre e solo il divano rosso amaranto.

Solo una cosa spezzò quel silenzio denso, quell’angoscia fluida, palpabile di cui nessun altro al mondo era al corrente.

Un altro suono. Il suo squittio!

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